Sul mio spazio Meta ( www.facebook.com/maurizio.bolognetti ) per quanto possibile sto riportando almeno in parte i tanti messaggi che stanno giungendo.
Nelle scorse ore nel rispondere a un’amica preoccupata per il mio stato di salute e che ha parlato di “tormento autoinflitto”, ho scritto: “Il metodo è gandhiano e pensa che il 2 ottobre si celebra la giornata mondiale della nonviolenza. Ti voglio bene ed apprezzo la tua preoccupazione, ma faccio ciò che la coscienza mi detta. Non posso, non ora, non ci sono le condizioni. Il tormento non è mio, ma di chi vive il potere non come mezzo ma come fine. Io sono sereno”. Sereno ma preoccupato per lo stato delle nostre democrazie, delle nostre istituzioni e per una democrazia che sempre più si trasforma in oligarchia.
Non cerco il martirio, sto solo dando corpo ai miei ideali e alle mie convinzioni e sto esercitando una forma di dialogo in risposta a chi esercita un’oggettiva violenza fatta di censura, manipolazione, rimozione.
Nel suo “Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar fa pronunciare all’imperatore romano una frase che continua a darmi i brividi ogni volta che la leggo o che rileggo un libro meraviglioso: “Fondare biblioteche è come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi mio malgrado vedo venire”.
Perché fondiamo biblioteche, perché costruiamo archivi, perché alcuni di noi ritengono importante preservare la memoria e temono come la peste la perdita di essa? Cosa hanno fatto i peggiori regimi della storia dell’umanità se non provare a cancellare memoria e manipolare i fatti. Cosa faceva “l’ordigno vociferante” dell’Eiar nel ventennio se non convocare in metaforiche Piazze Venezia il popolo italiano? Perché il regime di Hitler organizzo nel 1933 i roghi di libri? Cosa fa oggi il regime cinese ai suoi cittadini che dissentono o ai giornalisti che pretendono di comportarsi da tali?
Ci siam dati un tempo più che sufficiente per poter ciascuno riflettere. Riflettere sulle ragioni dell’azione che sto conducendo. Non sto ricattando nella misura in cui sto ponendo una questione di diritto, che ci riconduce fino al dettato costituzionale, alla democrazia e alla sua essenza, ai diritti umani, alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ecc. Sono sereno come non mai. Non odio nessuno e non ho nemici. Voglio bene. Voglio bene a chi ha parlato e a chi ha taciuto. Ma ciascuno sappia che lo sfascio politico-istituzionale-economico e sociale che abbiamo sotto gli occhi è figlio di una politica che ha perso dignità e di istituzioni svuotate di contenuto. Parlo dell'Italia tutta e potrei andare anche oltre. Istituzioni incapaci di fare da reale contraltare a poteri che sono transnazionali. Senza una reale presa di coscienza vedo sempre più spalancarsi di fronte il baratro di una democrazia senza democrazia.
Un'azione nonviolenta vive solo se è conosciuta. In un'azione nonviolenta quel che accade deve essere pubblico e condiviso. Un'azione nonviolenta va esercitata con il massimo senso di responsabilità compatibile con l'azione stessa e stando attenti a valorizzare e raccogliere i segnali che arrivano. Quel che accade al corpo del Satyagrahi va reso pubblico e condiviso per onorare la serietà dell'azione. Un'azione nonviolenta va esercitata con il necessario rigore e mettendo in preventivo - anche se non è certo quello l'obiettivo - di poter mettere a repentaglio la salute e la vita, perché si rischia la vita contro la morte di cose che fanno la cifra delle vite di tutti e di ciascuno. Ecco perché ogni volta pubblico i certificati medici.
Da martedì (10 dicembre) alle 23.59 in assenza di concreti e adeguati riscontri, passerò dal digiuno allo sciopero della sete (rinunciando anche all’acqua oltre che al cibo). Tra i miei interlocutori, lo ricordo, ci sono anche i vertici Rai di Viale Mazzini e regionali e il direttore del Tgr Basilicata, Gennaro Cosentino.
Infine, ma non ultimo lasciatemi dire grazie alla Cei lucana, al mio Vescovo, Don Vincenzo Orofino, per lo straordinario documento che hanno prodotto e diffuso. C’è la realtà e poi c’è l’iperuranio in cui vive chi per convenienza non vuol vedere e ascoltare.