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È noto a tutti che i produttori agricoli vivono una condizione di crisi che ha ormai assunto un carattere strutturale. L'indice che misura questa crisi economica è rappresentato dalla perdita del valore di scambio del settore. Alcuni esempi aiutano a concretizzare meglio la situazione:
Dieci anni fa, un produttore di grano con un quintale di prodotto poteva acquistare un quintale di concime; oggi, per comprare la stessa quantità di fertilizzante, sono necessari più di due quintali di grano. Sempre dieci anni fa, con un quintale di fragole si potevano acquistare due quintali di un buon fertilizzante complesso per fertirrigazione; all'inizio di quest'anno, lo stesso concime costava 1,5 quintali di fragole. Il costo degli antiparassitari incideva per il 10% sul costo colturale della frutta; oggi supera il 15%. Una trattrice agricola da 70 cavalli valeva 1.000 quintali di grano duro; oggi la stessa macchina costa 1.400 quintali.
In definitiva, a fronte di un continuo aumento dei costi di produzione, non c'è stato un adeguato incremento del prezzo di vendita dei prodotti agricoli. In molti casi, i bilanci aziendali si chiudono in negativo, salvo per quelle aziende che esportano e riescono a ottenere prezzi remunerativi. Con l'introduzione dei dazi al 25%, le aziende esportatrici dovranno applicare uno sconto della stessa percentuale agli acquirenti. Ci sarà ancora convenienza a produrre e esportare questi beni?
Molti mezzi tecnici impiegati nei processi produttivi delle aziende agricole provengono dagli Stati Uniti e, al momento, sono liberi da dazi o imposizioni doganali, con prezzi stabiliti direttamente dalle aziende venditrici. Ne consegue che la risposta più logica per il nostro Paese sarebbe l'imposizione di una percentuale sul fatturato di vendita di questi beni, da destinare a compensazione per il Paese acquirente. Parallelamente, sarebbe necessario riaprire quei mercati che sono stati chiusi a causa di politiche sanzionatorie sconsiderate, le quali hanno arrecato gravi danni all'agricoltura italiana, sia in termini di export che di import. L'aumento dei prezzi dei fertilizzanti di origine estera ne è una chiara dimostrazione, avendo avuto un effetto di trascinamento anche su quelli di produzione interna.
Nel quadro generale europeo, i dazi americani impongono una revisione degli attuali modelli produttivi agricoli, con inevitabili ricadute sui consumi interni. In questa fase, i consumi nazionali andrebbero incentivati per contrastare gli effetti restrittivi imposti dai dazi. Occorre inoltre rivedere gran parte degli accordi bilaterali che i singoli Paesi europei hanno stipulato con i Paesi del Nord Africa in materia agroalimentare.
Nell'attuale contesto europeo, l'Italia è il Paese più esposto sul fronte della commercializzazione dell'ortofrutta mediterranea, poiché sia la Spagna che la Grecia vantano rapporti commerciali più stabili con il resto d'Europa e anche con la Turchia. Non è più procrastinabile l'elaborazione di una nuova politica agricola nazionale ed europea, ispirata a una programmazione di medio e lungo termine, basata sull'incremento dei consumi interni e sulla ricerca di nuovi mercati.
Il Ministro Lollobrigida e i suoi collaboratori difficilmente potranno affrontare questa sfida se continueranno ad affidarsi esclusivamente alla Coldiretti, ignorando le idee e le proposte di tutto il mondo agricolo.
Così con una nota Tavolo Verde Puglia e Basilicata